Notule
(A cura di LORENZO L. BORGIA & ROBERTO COLONNA)
NOTE
E NOTIZIE - Anno XXIII – 07 marzo 2026.
Testi pubblicati sul sito www.brainmindlife.org
della Società Nazionale di Neuroscienze “Brain, Mind & Life - Italia”
(BM&L-Italia). Oltre a notizie o commenti relativi a fatti ed eventi
rilevanti per la Società, la sezione “note e notizie” presenta settimanalmente
lavori neuroscientifici selezionati fra quelli pubblicati o in corso di
pubblicazione sulle maggiori riviste e il cui argomento è oggetto di studio dei
soci componenti lo staff dei
recensori della Commissione Scientifica
della Società.
[Tipologia del
testo: BREVI INFORMAZIONI]
Come fa il cervello a generalizzare
un’immagine e riconoscerla anche se variano i dettagli?
In fisiologia della percezione il quesito posto nel titolo può essere riportato
al problema di come fanno i sistemi sensoriali a rappresentare la
generalizzazione mediante elementi che persistono nonostante la variazione
degli input. Finora non si è riusciti a identificare la base neuronica
di questa invarianza, perché le computazioni neurali sono di dimensione elevata
e non lineare. Ora, un gruppo coordinato da Andreas S. Tolias,
facendo leva sull’inception loop paradigm, impiegando registrazioni di ampia scala,
modelli predittivi ed esperimenti in silico,
ha fornito una metodologia scalabile e nuove conoscenze per mappare
l’invarianza neuronica. [Cfr. Nature Neuroscience – AOP doi: 10.1038/s41593-025-02199-4,
2026].
Memoria: scoperti pool di
vescicole sinaptiche specifici per stabilità o labilità. Cosa
determina la stabilità o la labilità della memoria? Siamo abituati a
pensare ai processi che intervengono nel consolidamento delle memorie già
formate, sulla base della distinzione paradigmatica fra memorie a breve e lungo
termine. Shun Hiramatsu e colleghi hanno scoperto l’esistenza, presso il
terminale presinaptico in Drosophila melanogaster, di popolazioni
specifiche di vescicole sinaptiche che determinano se una memoria sarà labile o
stabile. Siccome i regolatori delle dinamiche vescicolari sono conservati nel
corso dell’evoluzione animale, questo studio fornisce un nuovo elemento di
conoscenza nei meccanismi di consolidamento della memoria. [Cfr. PNAS USA –
AOP doi: 10.1073/pnas.2514875123, 2026].
Una scoperta sull’apprendimento visivo
contraddice una nozione classica. In che modo il cervello
ottimizza l’informazione visiva, e sensoriale in generale, per prendere
decisioni nell’esecuzione di un compito nuovo? Una nozione classica vuole che,
durante l’apprendimento, i circuiti cerebrali riducano sempre più l’eccesso
impreciso e la ridondanza, diventando sempre più lineari e, in tal modo,
specifici ed efficienti. Ma, evidentemente, specificità ed efficienza possono
essere ottenute in un modo diverso, secondo quanto ha dimostrato una
sperimentazione condotta sulla corteccia visiva di macaco da Adam C. Snyder e
colleghi. Seguendo un’ipotesi basata sull’inferenza bayesiana,
secondo cui l’apprendimento accresce la ridondanza distribuendo l’informazione
a un numero crescente di neuroni, i ricercatori hanno tracciato le risposte dei
neuroni dell’area V4 mentre le scimmie apprendevano compiti di discriminazione
visiva.
La ridondanza aumentava sia all’interno
della singola sessione di apprendimento, sia al passare delle settimane di
esercizio nel compito testato. Questa ridondanza non si accompagnava a una
riduzione dell’informazione, ma a un suo aumento nel singolo neurone.
Si tratta, dunque, di un processo
radicalmente opposto a quello ben noto e dimostrato dell’apprendimento motorio proceduralizzato, che riduce per selezione ed economia
energetica la base neurale nel tempo, rendendola sempre più compatta,
specifica, essenziale ed efficiente. [Cfr. Liu S. et al., Science 391
(6789): 1029-1035, March 5, 2026].
Malattia di Alzheimer: una mappa precisa
di tutte le alterazioni strutturali a supporto della ricerca. La
microscopia in risonanza magnetica nucleare ha consentito al team di
Robert W. Williams di realizzare un’accuratissima mappa delle alterazioni
cerebrali indotte dalla malattia di Alzheimer in topi maschi e femmine. Usando
DT-MRI (diffusion tensor
in magnetic resonance
imaging) a 25 μm, gli autori dello studio hanno mappato le conseguenze
in 231 regioni cerebrali murine di mutazioni in APP e PSEN1, rilevando
variazioni di volume specifiche, ma in genere più marcate nelle femmine. Le
differenze nell’apprendimento della paura e nelle prestazioni di memoria sono
risultate covarianti col volume di specifiche regioni cerebrali. Nel complesso,
questo studio fornisce uno nuovo strumento, molto più analitico, per valutare i
presidi terapeutici nei test preclinici.
[Cfr. Nature Neuroscience – AOP doi: 10.1038/s41593-026-02213-3,
2026].
Dolore spontaneo: modelli di decodifica
cerebrale rivelano l’importanza dell’approccio personalizzato. Il
dolore spontaneo è un elemento clinico distintivo degli stati patologici
caratterizzati da dolore cronico, ma la sua valutazione è oggi ancora limitata
a causa della mancanza di biomarker oggettivi. Jae-Joong Lee e colleghi
hanno impiegato dati di risonanza magnetica di precisione raccolti per oltre
sei mesi da due soggetti affetti da dolore cronico, per sviluppare modelli
personalizzati di decodifica cerebrale del dolore spontaneo. I due modelli si
sono rivelati precisi e affidabili nelle previsioni; e, soprattutto, ciascun
modello, basandosi su elementi unici del paziente, è esclusivamente personale.
Questo studio evidenzia l’importanza dell’approccio personalizzato. [Cfr.
Nature Neuroscience – AOP doi: 10.1038/s41593-026-02221-3, 2026].
Scoperto, nella lotta tra lupi e
coguari, uno straordinario esempio di adattamento. Nel
parco di Yellowstone è in atto un feroce scontro tra lupi (Canis lupis) e coguari (Puma concolor
o “leone di montagna”), che ha un protagonista inedito nelle lotte fra
carnivori: il furto.
Dopo aver raccolto per quasi dieci anni
dati GPS e dati sui siti di uccisione delle prede, ricercatori della Oregon
State University hanno scoperto che spesso i lupi attaccano per rubare le prede
uccise dai coguari, talvolta arrivando a uccidere i felini in combattimenti
selvaggi e cruenti. Ma i leoni di montagna non reagiscono rendendo pan per
focaccia, ossia rubando le vittime dei lupi, come si era creduto un tempo:
invece di reagire, usano il cervello e trovano soluzioni di adattamento
alternativo. L’alce, il più grande cervide esistente, che è la preda preferita
dai coguari e conseguentemente dai lupi, sta andando incontro a un rapidissimo
crollo del numero di esemplari viventi nella zona. Probabilmente questa
“necessità” è stata fatta “virtù” dai coguari, che hanno rivolto la propria
attenzione venatoria ai cervi, trovando una straordinaria soluzione adattativa.
Infatti, i cervi sono predati in aree sicure, dove i felini non rischiano di
incontrare i lupi, ma soprattutto possono essere mangiati più rapidamente,
prima del possibile sopraggiungere dei feroci ladri di prede, attratti
dall’odore del sangue che percepiscono a grandi distanze. [Cfr. PNAS USA –
AOP doi: 10.1073/pnas.2511397123, 2026].
Scoperta una specie gigantesca di
dinosauro in un angolo remoto del deserto del Sahara. Viveva
in un territorio attualmente appartenente al Niger più di 95 milioni di anni
fa, lontano dalla costa dove sono stati reperiti i resti fossili di grandi
dinosauri pescatori a cui è assimilato, ed ha ricevuto dai paleontologi il nome
di Spinosaurus mirabilis.
Si tratta di un parente stretto di Spinosaurus aegyptiacus,
un gigante ittiovoro dell’Africa settentrionale, ma Spinosaurus mirabilis è caratterizzato da una
cresta ossea a forma di scimitarra. È stato accostato per dimensioni al Tyrannosaurus rex, ma il suo cranio allungato
come quello dei coccodrilli, presenta due particolari file di denti superiori e
inferiori in perfetta occlusione, simili a quelle che negli ictiosauri e negli
antenati dei coccodrilli costituivano una trappola mortale per pesci e altri
organismi acquatici. Si ricorda che il Tyrannosaurus
rex era un carnivoro di circa 9 tonnellate di peso e 6 metri di altezza,
con la mandibola più potente di tutto il regno animale.
Il diverso adattamento lontano dal mare di
Spinosaurus mirabilis sarà oggetto di
molti studi, che sono già stati avviati, e che a noi interessano per un motivo
facile da intuire: ogni adattamento comportamentale di un animale è
innanzitutto un adattamento del suo cervello. [Cfr. Science – AOP doi:
10.1126/science.adx5486, 2026].
Rapporti tra immunità e cognizione
attraverso le infezioni virali: una rassegna trans-nosologica. Gli
esiti cognitivi a lungo termine dell’infezione da SARS-CoV-2 hanno reso di
attualità temi e problemi del rapporto tra immunità e cognizione umana;
nonostante decadi di lavoro nel campo dell’impatto cerebrale delle infezioni da
HIV, da Herpes e da virus epatitici, molte domande sul rapporto tra meccanismi
immunitari e deficit cognitivi rimangono senza risposta. Anthony Nuber-Champier e colleghi hanno realizzato una rassegna
ragionata degli studi in questo campo, valutando e discutendo i risultati della
ricerca, così da fornire un aggiornamento utile per ricercatori e clinici.
La ricerca ha dimostrato che la
segnalazione immunitaria agisce quasi plasmando dinamicamente i processi
cognitivi. Una correlazione certa è stata stabilita tra i livelli di IL-6, TNF-α,
IFN-γ e i deficit di memoria; gli alti livelli delle stesse citochine
determinano anche una riduzione della velocità centrale di processo, da cui
dipende l’efficienza di tutte le operazioni necessarie alle attività mentali
intelligenti. La base neurofunzionale della cognizione è influenzata anche
dall’equilibrio immunitario e da fattori intrinseci ed estrinseci. L’articolo
sarà pubblicato nel mese di maggio. [Cfr. Neuroscience & Biobehavioral Reviews 184, 106588, May
2026].
Riportiamo una richiesta ricevuta questa
settimana da visitatori di questo sito web: “Vi
chiediamo se è possibile avere un testo della lezione di arte del vivere tenuta
da Monica Lanfredini nell’ottobre del 2019”.
Rispondiamo pubblicando, qui di seguito,
il testo dal titolo:
Una breve lezione di arte del vivere (Monica
Lanfredini, 26-10-19).
Il protagonista de L’Uomo senza Qualità (Der
Mann ohne Eigenschaften),
il capolavoro di Robert Musil che compone con La Ricerca del Tempo Perduto
di Proust e l’Ulisse di Joyce il trittico delle massime opere letterarie
del Novecento, possedeva intelligenza, curiosità, conoscenze, e abilità; tuttavia,
non si decideva ad applicarle ed esercitarle secondo le convenzioni, i canoni,
le forme sociali e le modalità necessarie a soddisfare le esigenze degli schemi
comunemente adottati per interpretare i valori. Spesso Ulrich – questo era il
suo nome – preferiva al senso della realtà quello della possibilità, che Musil
definisce come “la capacità di pensare tutto quello che potrebbe ugualmente
essere, e di non dare maggiore importanza a quello che è, che a quello che non
è”[1],
realizzando di fatto una dimensione creativa, ma anche generando nella propria
mente sogni, entropia e inibizione.
Nella fase decostruttiva dei principali edifici del
pensiero neoclassico che avevano improntato la cultura ottocentesca, si era
andata affermando, pur secondo tesi differenti e talora opposte per ideologia, una
tendenza a privare di valore tutte le espressioni di virtù dell’uomo celebrate
dalla morale borghese. In questa temperie, si è spesso fatto del profilo di
Ulrich un modello dell’uomo che si apprestava ad entrare nell’epoca
post-moderna, assumendo quale descrizione reale del personaggio-simbolo, sulla
base di un equivoco, il giudizio denigratorio di “uomo senza qualità”, nella
trama di Musil formulato da suo padre, che era un perfetto interprete dei
valori di senso e di ruolo della borghesia mitteleuropea. Ulrich le qualità le
aveva, ma non le impiegava secondo convenzione.
In altri termini, il protagonista di questa straordinaria
opera narrativa non può essere considerato l’emblema della distruzione del
“soggetto della ragione neoclassica” o, come si è detto, il modello della
personalità nevrotica che sostituisce tanto la perfezione apollinea dell’ideale
dominante presso le classi agiate, quanto il mito efficientista del self-made
man proveniente da oltreoceano e in grado di costituire una segreta
alternativa per le coscienze devote alla rivoluzione proletaria. Se intendiamo
la libertà come un potere d’agire, possiamo affermare che a Ulrich non mancava
questa risorsa: non gli facevano difetto né i mezzi economici, in quanto godeva
di stipendio e patrimonio di famiglia, né le energie psichiche, perché le sue
facoltà non erano realmente compromesse da uno stato di sofferenza interiore.
Ulrich, solo apparentemente, manca di determinazione perseverante per la
realizzazione di scopi sociali; in realtà il problema è che rifiuta i modi e le
forme precostituite per mettere a frutto i propri talenti e realizzare i propri
desideri; pertanto, non trova le vie in cui far confluire passione costruttiva
ed entusiasmo esecutivo, e così rimane sospeso o finisce per accettare senza
convinzione il compromesso di aderire a quanto sente di non poter rimandare,
accantonare o rifiutare, per obblighi interiori fondati dalla buona educazione
e resi esecutivi dalla forza estorsiva delle circostanze. Visto il suo sentire,
Ulrich dovrebbe trovare e creare modi propri per esprimere e realizzare nel
mondo il sé stesso interiore, ma non ne ha la forza. Perché? Se ragionassimo
come un antico Ateniese dei secoli aurei della cultura greca, potremmo dire che
al personaggio di Musil manca il senso della vita come missione da compiere, e
da compiere a tutti costi quale dovere del vivente. Se invece proviamo ad adottare
la prospettiva morale assoluta del valore dell’uomo, secondo la tradizione
giudaico-cristiana, non abbiamo dubbi: Ulrich non ha Dio.
In altre parole, secondo queste due visioni che
costituiscono il riferimento principale del nostro lavoro nel campo dell’Arte
del Vivere, realizzare la propria vita nel rapporto col mondo richiede una
profonda adesione ad un valore che trascende le contingenze del tempo storico e
prescinde dalle circostanze occasionali. La missione, che in Socrate stesso, così
come lo trasmette Platone, viene riportata al dio e non a una figura
dell’Olimpo, e nel cristianesimo si sostanzia nell’imitazione di Cristo,
richiede l’esercizio di virtù.
L’esercizio delle virtù, quale chiave del
governo di sé che consente la saggia interpretazione e gestione delle relazioni
interumane, nonostante tutto il discredito cui è stato periodicamente soggetto
nel corso della storia, sembra rimanere come un’istanza ineliminabile, forse
perché prossima alla natura stessa dell’uomo.
Molti, fra coloro che hanno dismesso il paradigma
delle virtù quale retaggio del mito mitteleuropeo della bildung, ossia
della costruzione interiore, o, peggio ancora, quale residuo anacronistico di
una pedagogia religiosa superata dalla coscienza collettiva del ventesimo
secolo, hanno bollato la concezione di un agire virtuoso come effetto di
quel moralismo esemplarmente condannato da Nietzsche, il filosofo che,
arrivando a dire che tutto ciò che è naturale è morale, aveva definitivamente
reciso i legami del pensiero filosofico dominante con l’etica spirituale.
Eppure, costoro non avevano – e i loro epigoni che sono fra noi non hanno
– tenuto conto di quanto Nietzsche stesso afferma in Umano troppo umano
(II), ossia che un uomo che non voglia diventare signore della sua irascibilità,
del suo rancore e della sua lussuria, e cerca di diventare signore di una
qualsiasi altra cosa, è stolto come l’agricoltore che semina accanto a un
torrente senza proteggere il campo dallo straripamento stagionale. A quanto
pare, la pratica del dominio di sé, anche se non in nome di un credo che lo
esige quale responsabilità della creatura verso il Creatore e il prossimo, è
ritenuta essenziale anche da Nietzsche, se non altro quale prerequisito
fondamentale nella pratica dell’intelligenza sociale.
L’esperienza di vita, alla luce delle riflessioni
sviluppate nel nostro studio seminariale sull’Arte del Vivere, ha confermato la
nostra convinzione che la cura di sé, nella ricerca del migliore equilibrio
possibile per la fisiologia degli stati psico-fisici, è intimamente connessa
con le pratiche ispirate a principi di saggezza nel rapporto affettivo e
comunicativo con gli altri. Il percorso che abbiamo compiuto, ci ha portato a
considerare la possibilità di vivere e interpretare un’estetica
dell’esistenza che, di fatto, si è rivelata in grado di contribuire al
nutrimento psichico, fornendo un sostegno non secondario per gli sforzi
necessari a sopportare frustrazioni, delusioni, fastidi, soprusi, prepotenze,
fatiche e sofferenze della vita quotidiana. Questo legame fra l’etica dei
rapporti e l’estetica del vissuto nell’esercizio pratico è stato da noi più
volte trattato anche in brevi esposizioni pubblicate nelle “Notule”, alle quali
si rinvia anche per i numerosi riferimenti ad esperienze culturali
concettualmente affini, quali quelle di Goethe e Dostoevskij (La bellezza
salverà il mondo).
Le virtù sembrano, dunque, essere necessarie in ogni
epoca, e originariamente nel pensiero greco, e a nostro avviso nell’ontogenesi
psicologica, emergono dall’intreccio etico-estetico testimoniato dall’etimo e
dall’estensione semantica della parola areté, che fa del buono morale
naturalmente riconosciuto da ciascuno un fondamento del bello, ossia di ciò che
è degno di ammirazione. È questo il termine impiegato da Platone nel Filebo, in
cui si legge: “infatti la misura e la proporzione vengono a realizzare,
dovunque, bellezza e virtù”[2]; e la
parola, che appartiene alla stessa famiglia del verbo aretào
che copre uno spettro semantico esteso da prosperare a essere fortunati,
indica tanto la fertilità quanto la condizione di colui che, esercitando con
costanza una dote naturale mediante una tecnica, raggiunge l’eccellenza. Per
metonimia, Ulisse era un areté, in quanto era un virtuoso del tiro con
l’arco e di tutte le arti militari. In questo senso la virtù è intesa come il
prodotto di un lungo e intenso addestramento e non tanto come diretta
conseguenza dell’essere estlòs, cioè nobile d’animo, o necessariamente
aver raggiunto lo status di agatos, ossia colui che pone le abilità
dell’areté al servizio di un superiore valore morale altruistico. In
questo senso generico di abilità raggiunta con lunga e paziente pratica si
intendono le virtù nei testi aristotelici. Un neo-aristotelico come Salvatore
Natoli ha osservato che areté ha la medesima radice sanscrita ar del latino ars, che indica l’abilità nel
costruire, nel fabbricare, denotando perizia e capacità d’invenzione, e da
molti scritti si deduce che areté si impiegava anche per designare una
pratica efficace, che dà risultati ed è quindi degna di merito.
Da questo studio linguistico, si deduce che nel mondo
antico il concetto di virtù riferito a qualità morali individuali si era
sviluppato a partire da esercizi volti a dominare i desideri generati
dall’istinto per poter realizzare quanto la ragione, secondo le esigenze
di quella speciale dimensione della saggezza espressa nel giudizio e designata
dal termine fronesis, suggeriva all’intelletto. Tale tesi trova numerosissime
conferme nei testi dei filosofi che narrano delle pratiche necessarie a
diventare virtuosi. Una palestra che, secondo le conoscenze neuroscientifiche
attuali, riusciva a tenere lontano il rischio di una iperattivazione del
sistema a ricompensa che fa capo all’area tegmentale ventrale (VTA) e che, con
differenze di soglia individuale, può indurre quella spinta imperiosa verso la
ripetizione compulsiva dell’esperienza che rende “schiavi del vizio”, per dirla
con un’espressione convenzionale di altri tempi. Gli Epicurei riducevano ogni
giorno e poco per volta la quantità di piacere derivante da cibi, libagioni e
sesso per conoscere il proprio desiderio e stabilire un limite fra necessario e
voluttuario.
L’aspetto interessante di questa pratica e delle altre
simili consiste nel costituire un esperimento vero e proprio condotto su sé
stessi, per riuscire ad essere realmente liberi e non condizionati da un
funzionamento interno evitabile, che trasforma il desiderio, conferendogli l’urgenza
del bisogno e l’impellenza della necessità, per dirla col nostro presidente
che, in proposito, sottolinea come la forzatura indotta dall’attivazione
eccessiva dei meccanismi del piacere comporta l’alterazione dello schema
fisiologico delle priorità ordinariamente attivo nel nostro cervello.
L’esperimento epicureo della riduzione progressiva dei
piaceri ci riporta a un testo che forse per la prima volta aveva indagato il
carattere conoscitivo e sperimentale dell’approccio alla sessualità nel mondo
antico, ossia un saggio sull’uso dei piaceri che Michel Foucault aveva
concepito quale parte di una raccolta dal titolo La volontà di sapere –
storia della sessualità.
Conosciuto il potere della sessualità, che non è solo
riproduttivo ma anche potenzialmente compulsivo, gli antichi ideavano strategie
per sviluppare temperanza e conservarla con perseverante costanza, come e più
di quanto facevano per resistere al desiderio di vino, altre bevande alcooliche
contenenti sostanze psicotrope di uso empirico e, ovviamente, cibi e pietanze
gustose. Il limite non era dato, come è possibile fare oggi sulla base delle
conoscenze scientifiche, dal rischio di danneggiarsi la salute, di vivere di
meno o sviluppare una “dipendenza”, ma era desunto dal giudizio empirico sullo
stato della persona. Ad esempio, al tempo di Aristotele la maggior parte degli
Ateniesi colti riconosceva la superiorità degli Spartani sui capi militari
della propria città, e vari filosofi, attribuendo al maggior coraggio dei
Lacedemoni questa maggiore forza di personalità, dedicavano non pochi sforzi al
tentativo di concepire modi per accrescere la virtù del coraggio, sia quale
parte della cura di sé del singolo – che in tal modo avrebbe potuto allontanare
i circoli viziosi capaci di ridurre forza morale e generare ipocondria[3] – sia
nell’interesse della città, perché si riteneva che fossero i cittadini virtuosi
a rendere buona la propria patria e non viceversa.
L’etnogenesi dei Greci, come spiega Assmann, è eroica:
basti pensare che la coscienza panellenica dell’antichità si fonda sull’Iliade
e sulla sua diffusione. Non meraviglia, dunque, che Aristotele, nella sua
disamina sulle virtù, prenda le mosse proprio dal coraggio. Dopo aver ripartito
le qualità in etiche, riguardanti il dominio delle passioni, e dianoetiche,
riguardanti la capacità e lucidità di giudizio, e aver distinto le virtù
intellettuali, come sapienza, senno e saggezza, da quelle morali, quali
generosità e temperanza, traccia il profilo del coraggio. Il giusto mezzo (mesòtes)
fra paura inibitoria e temerarietà irriflessiva è il modo più proficuo e saggio
di amministrare l’energia psichica di cui si dispone, a beneficio personale e
pubblico. Il coraggio aristotelico non è l’ardimento in imprese belliche, ma
soprattutto un’attiva e laboriosa esecutività contrapposta all’ignavia timorosa
e alla fuga irresponsabile dai propri doveri.
Nell’analisi della virtù, Aristotele prende in
considerazione cinque categorie di coraggio, secondo la cultura corrente, ma la
trattazione è in gran parte critica: 1) il coraggio civico; 2) il coraggio che
deriva dall’esperienza del pericolo; 3) il coraggio che scaturisce
dall’impetuosità; 4) il coraggio di chi è abituato a vincere; 5) il coraggio
degli ignari.
Aristotele descrive ogni virtù come giusta misura
tra due estremi: la moderazione, tra l’insensibilità e l’incontinenza;
la liberalità tra l’avarizia e la prodigalità; la magnanimità tra
pusillanimità e vanità; la mitezza tra l’indifferenza e l’iracondia; la veracità
tra dissimulazione e millanteria.
La virtù nell’orizzonte della cultura cristiana, oltre
ad essere sempre una qualità morale e mai un’abilità esercitata, assume un
valore paradigmaticamente diverso da quello che abbiamo tracciato per la
tradizione filosofica greca, e anche se in dottrina si elencano le virtù
teologali (fede, speranza e carità) e le virtù cardinali (prudenza,
giustizia, fortezza e temperanza), la loro conoscenza e la loro
pratica non devono essere concepite come uno studio teorico seguito
dall’esercizio ripetuto di tecniche o strategie, ma come la conseguenza di un
percorso spirituale di purificazione e avvicinamento sempre maggiore a Dio
attraverso l’amore del prossimo.
Un altro aspetto precipuo dell’ispirazione cristiana
che non nasce come una religione ma quale conseguenza di un fatto, ossia
l’incarnazione di Gesù Cristo avvenuta presso il popolo ebraico di osservanza
mosaica, consiste nell’essere virtualmente indipendente dal tempo storico che,
pur se influisce su aspetti dei costumi dei religiosi e dei fedeli
(secolarizzazione), nella sostanza rimane fissato alla parola annunciata nei
Vangeli, quale verità rivelata come verbo pronunciato dalla Seconda Persona
della SS. Trinità, e pertanto non mutabile da mano umana.
È noto che nella visione cristiana l’uomo, nella sua
intima natura, non cambia nel tempo e, ad ogni generazione, ciascuno ha la
possibilità di diventare nuovo in un modo non caduco ma assoluto,
liberandosi dai vincoli del mondo che legano istinti e bisogni alle logiche del
potere dominante in quel luogo e in quel tempo. Nel cristianesimo, l’annuncio
della buona novella della resurrezione di Cristo, che prelude alla resurrezione
di tutti coloro che lo seguano durante la vita, chiama tutti, in ogni epoca e
in ogni giorno dell’esistenza di ciascuno, alla conversione. E questo
convertirsi alla dottrina dell’amore è ciò che cambia e radicalmente rinnova,
generando ogni virtù.
Non poteva trovare modo migliore, Michelangelo
Buonarroti, di figurare nella Cappella Sistina l’Uomo Nuovo, che
rappresentarlo senza indumenti o altri segni di un particolare tempo della
storia, proteso in uno slancio che congiunge il mondo antico a quello futuro,
la Gerusalemme dei padri a quella celeste: è un Cristo senza più la croce, un
sofferente che non patisce più, e trionfa sul dolore, sul male, sul tempo ed
entra nella gloria di una gioia senza fine. [BM&L-Italia,
marzo 2026].
Notule
BM&L-07 marzo 2026
________________________________________________________________________________
La Società
Nazionale di Neuroscienze BM&L-Italia, affiliata alla International Society
of Neuroscience, è registrata presso l’Agenzia delle Entrate di Firenze,
Ufficio Firenze 1, in data 16 gennaio 2003 con codice fiscale 94098840484, come
organizzazione scientifica e culturale non-profit.
[1]
Robert Musil, L’Uomo
senza Qualità, vol. I, p. 12, Einaudi, Torino 1972.
[2] Platone, Filebo, 64e,
5-7, Rusconi, Milano 1995.
[3] Oggi potremmo dire che
ritenevano l’esercizio della virtù del coraggio, insieme con il costante
esercizio fisico di addestramento, un modo per prevenire i disturbi depressivi.